Cos’è la pratica riflessiva? Nello specifico parliamo della «capacità di riflettere su un'azione in modo da impegnarsi in un processo di apprendimento continuo». (1)

Il termine ‘reflective’ sta a indicare un’azione rivolta sia verso se stessi che verso l’esterno, esattamente come in italiano. Questo duplice significato ci viene in aiuto anche quando parliamo di ‘reflective management’, intendendo così sia il pensiero critico rivolto agli elementi della dimensione manageriale, sia quello rivolte a sé in quanto manager.

A partire dalla filosofia classica, quando parliamo di ‘pensiero critico’, intendiamo la capacità di pensare in modo chiaro e razionale e di comprendere i nessi logici tra le idee.

Chi applica il pensiero critico non accetta le idee per quello che sembrano in apparenza, ma mette in discussione credenze, idee, presupposti.

Attraverso il pensiero critico si può identificare, analizzare e risolvere problemi in modo sistematico mettendo alla prova intuizioni e istinto.

Chi ha capacità di pensiero critico è in grado di:

  • comprendere i legami tra le idee
  • determinare l'importanza e la rilevanza degli argomenti e delle idee
  • riconoscere, costruire e valutare argomentazioni e identificare incongruenze ed errori di ragionamento
  • affrontare i problemi in maniera sistemica, sistematica e coerente
  • riflettere sulle argomentazioni a supporto delle proprie ipotesi, credenze e valori.

Quindi, se la capacità di pensare a quanto accade, o è accaduto, è insita nell’essere umano, tuttavia, c’è una significativa differenza tra il 'pensiero' casuale e una 'pratica riflessiva'. La pratica riflessiva infatti, richiede un impegno a pensare consapevolmente a un evento sviluppando intuizioni (insights) in merito ad esso.

La relazione tra apprendimento esperienziale e pratica riflessiva è stato oggetto di approfondimento di vari studiosi dopo John Dewey. Tra questi Chris Argyris che ha coniato l’espressione ‘double loop learning’ (apprendimento a doppio anello) per spiegare come la riflessione consenta di fare anche un passo al di fuori del 'single loop' costituito da 'fare esperienza, riflettere, concettualizzare, applicare' andando in un secondo ciclo di riflessione che permette di riconoscere un nuovo paradigma e riformulare le proprie idee per cambiare ciò che si è fatto fino ad allora.

Per Donald Schön, la crescita professionale inizia davvero quando una persona inizia a vedere le cose attraverso una lente critica, mettendo in dubbio le proprie azioni. Il dubbio determina un modo di pensare che pone domande e configura le situazioni come ‘problemi’ da analizzare sistematicamente. In tal modo si costruisce la conoscenza di una situazione e si diventa capaci di pensare alle diverse situazioni possibili e ai loro esiti per valutare, criticamente, quali azioni sia meglio intraprendere.

A proposito della riflessività come pratica di riflessione su se stessi, Schön scrive:

«Managers do reflect-in-action, but they seldom reflect on their reflection-in-action» (2).

Quando parliamo di ‘reflective management’, quindi, ci riferiamo alla pratica della riflessione, non esclusivamente su eventi e oggetti esterni, ma anche sul modo peculiare di guidare le proprie azioni portando a consapevolezza i loro presupposti impliciti e in generale il pensiero che dà loro ‘forma’.

E’ impossibile agire se non in base a un pensiero e quindi, senz’altro, tutti i manager riflettono mentre agiscono ma - come osserva Schön- molto di rado sembrano esercitare una pratica riflessiva consapevole, rivolta al proprio agire. In tal modo rischiano di escludere gli altri dalla conoscenza proprio della dimensione cruciale della loro pratica manageriale.

Con reflective management si intende soprattutto la capacità di riflettere sul proprio agire mentre sta avvenendo, e non solo, dunque, la capacità di riflettere sulle azioni passate.
Una tale capacità viene raramente sviluppata nell’ambito dei percorsi di formazione manageriale.

Un’abilità ‘artigianale’ di reflection-in action, compresa quella di condurre un’indagine basata sull’esperienza e di combinare l’intuizione e il giudizio nel decision making, sembra abbastanza comune per molti manager.

Ciò che invece appare ancora piuttosto raro è che i manager siano in grado di cogliere la diversità nelle modalità di azione di coloro che poi si rivelano essere più efficaci.
Sembra sia ancora più difficile che si impegnino nell’acquisizione di strumenti in grado di migliorare la propria capacità riflessiva.

Il reflective management è una pratica all'avanguardia nel pensiero manageriale corrente. Sullo sfondo dell’attuale scenario di crisi finanziaria globale, il concetto di leadership individuale sta molto cambiando.

La leadership del XXI secolo sembra essere sempre più caratterizzata dalla capacità di porre domande piuttosto che dall’abilità di fornire risposte. Nella letteratura e nella pratica manageriale, infatti, si evidenziano, come sempre più richieste, le capacità di pensare in maniera critica le principali problematiche di business, di facilitare processi decisionali diffusi all’interno delle organizzazioni, di collaborare piuttosto che dirigere. Per questo il pensiero riflessivo sta emergendo come una abilità chiave nelle competenze dei futuri manager, una capacità integrata, piuttosto che una pratica separata.

 

(1) e (2) D. Schön, Il professionista riflessivo, Edizioni Dedalo, Roma 1993

 

 

 

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