L’abilità di sfidare le ortodossie è una delle più importanti forze motrici dell’innovazione.

Nella teoria di Gibson sulle skill dell'innovazione la lente gialla è associata ad una precisa azione: sfidare le ortodossie. Vediamo meglio di cosa si tratta.

Solo guardando al Rinascimento è possibile citare grandi personalità che hanno cambiato il corso delle storia scegliendo direzioni spesso diametralmente opposte a quelle definite e imposte dall’ortodossia. Basti pensare a Keplero, Colombo, Newton, Lutero, per avere un quadro chiaro di come sia possibile introdurre cambiamenti epocali partendo dalla messa in discussione di presupposti fino a quel momento intoccabili.

Come possiamo tradurre l’espressione 'sfidare le ortodossie' nella nostra specifica realtà? Cosa significa essere innovatori nella propria organizzazione, nell’esercitare la propria professione o nel gestire una situazione che travalichi il confine dell’ambiente lavorativo? Partiamo intanto dal concetto di ortodossia, conosciamo a fondo il 'nemico'!

L’origine del termine vede la fusione di due componenti, dal greco orthos (giusto, vero) e doxa ( credenza, opinione), dunque le ortodossie sono delle credenze che si ritengono vere. Per definizione infatti “un’ortodossia è una credenza profondamente radicata, una pratica tradizionale o un modo convenzionale di pensare che comunemente si assume siano veri o corretti”.

Le ortodossie sono schemi mentali e comportamentali che le persone seguono in maniera quasi automatica, che condizionano fortemente il nostro approccio con la realtà e, di conseguenza, hanno un ruolo notevole in quello che pensiamo, che apprezziamo, che scegliamo! Queste credenze sono profondamente radicate nella nostra vita, sono come presenze invisibili ma costantemente presenti e talvolta ingombranti, soprattutto quando si tratta di scegliere la via del cambiamento e contemplare soluzioni nuove.

Quali rischi genera l'ortodossia nei contesti di lavoro? Come superarli? Poniamoci anche un'altra domanda: l’ortodossia è per sua natura un male?

Come sappiamo, Il termine ortodossia per molto tempo ha avuto una connotazione prevalentemente religiosa, rappresentava infatti l’adesione al credo di una chiesa, raccoglieva il comune sentire religioso di una comunità che seguiva determinate credenze e vi si riconosceva.

Facciamo ora un salto nel mondo aziendale, lo scenario non è così diverso: anche le istituzioni del mondo del lavoro creano e supportano delle ortodossie, costruiscono degli schemi all’interno dei quali le persone sanno come sviluppare prodotti e servizi.
Quando si entra a far parte di un’organizzazione le persone sono spinte ad aderire al modello aziendale di riferimento e alle logiche che ne dominano le dinamiche. Conformarsi alle regole, ai comportamenti, al sentire comune dell’azienda è un processo piuttosto automatico. A un certo punto l’individuo diviene uno dei protagonisti di una sorta di mentalità collettiva da cui si sente influenzato nel modo di pensare e nei comportamenti.

Per loro natura le ortodossie non sono necessariamente un male, ma è chiaro che, se non sono sottoposte in maniera sistematica al pensiero critico e quindi a un processo di revisione, il rischio di fossilizzarsi è alto, come è alto, di conseguenza, quello di interrompere un processo di crescita a causa della chiusura verso proposte innovative.

L’aspetto positivo dell’ortodossia in azienda è che permette comunque di creare un bagaglio comune a cui attingere per lo sviluppo delle attività, un cervello collettivo in grado di riconoscere soluzioni efficaci e le inserisce all’interno di uno schema, il problema è che lo schema può ripetersi senza soluzione di continuità, rendendo miopi le persone rispetto al potenziale di soluzioni nuove. Avete presente l’espressione “squadra che vince non si cambia”? Ecco, diciamo che il problema dell’ortodossia in azienda nasce esattamente da questo presupposto: si continuano a concordare obiettivi in funzione di successi già conseguiti, senza una sana e costruttiva messa in discussione di quei modelli che si pensa possano funzionare per sempre. La storia ci insegna che non è così. Quando si è immersi in una realtà professionale, la solidità delle ortodossie dominanti non favorisce la ricerca di altro, non spinge al confronto con altre realtà.

L’innovatore dunque, per rientrare in questa definizione, deve intraprendere un percorso il cui primo passaggio è “sfidare le ortodossie”. Osservando il corso degli eventi nella storia, per sua natura l’innovatore manifesta una certa avversione nei confronti delle ortodossie, non si accontenta degli assunti radicati e si spinge oltre il confine per esplorare nuove strade. Il vero innovatore non è soddisfatto dello status quo, si pone domande, si espone al rischio dell’errore, annusa nuove opportunità procedendo spesso controcorrente.
E' necessario allora, una volta appurato il rischio di essere prigionieri di ortodossie, imparare come individuarle, esaminarle, scomporle e, finalmente superarle. Per........ ricominciare daccapo perchè tutto è a rischio di diventare un'ortodossia, anche quella di non averne!

 

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