«Può l’industria darsi dei fini? Si trovano semplicemente nell’indice dei profitti? Non vi è , al di là del ritmo apparente, qualcosa di più affascinante, una destinazione,

una vocazione anche nella vita di una fabbrica? Possiamo rispondere: c’è un fine nella nostra azione di tutti i giorni. E senza la prima consapevolezza di questo fine è vano sperare il successo dell’opera che abbiamo intrapresa.
[…] La fabbrica di Ivrea, pur agendo in un mezzo economico e accettandone le regole ha rivolto i suoi fini e le sue maggiori preoccupazioni all’elevazione materiale, culturale, sociale del luogo ove fu chiamata ad operare, avviando quella regione verso un tipo di comunità nuova ove non vi sia più differenza sostanziale di fini tra i protagonisti delle sue umane vicende, della storia che si fa giorno per giorno per garantire ai figli di quella terra, un avvenire, una vita più degna di essere vissuta». (A. Olivetti, Discorso ai lavoratori di Pozzuoli in Città dell’uomo, Ed. di Comunità, Milano 1960)

Questo passo del discorso di Adriano Olivetti, in occasione dell’inaugurazione del nuovo stabilimento di Pozzuoli nel 1955, è molto noto, quasi esclusivamente in Italia, però. All’estero quella dell’Olivetti di Adriano è una storia molto poco conosciuta e quasi per nulla narrata. Un discorso che rimane sempre una delle migliori illustrazioni di quali siano i fini dell’impresa in quanto attore sociale primario all’interno di una comunità.

Anche oggi, quando le aziende si concentrano sull'impatto ambientale e sociale positivo complessivo che possono avere, si aprono a nuove e preziose opportunità per se stesse e per la comunità.

«Noi immaginiamo un'economia globale che usa il business come una forza per il bene.

Questa economia è composta da un nuovo tipo di società - la B Corporation - che è orientato allo scopo e crea benefici per tutti gli stakeholder, non solo per gli azionisti.

In qualità di B Corporation e leader di questa economia emergente, noi crediamo:

• Che dobbiamo essere il cambiamento che cerchiamo nel mondo.
• Che tutti gli affari devono essere condotti come se le persone e i luoghi fossero importanti.
• Che, attraverso i loro prodotti, le loro pratiche e i loro profitti, le aziende dovrebbero aspirare a non fare danni e a non apportare benefici a tutti.

Per farlo, dobbiamo agire con la consapevolezza che ognuno di noi dipende da un altro e quindi è responsabile l'uno per l'altro e per le generazioni future».

Questo è il testo della "Dichiarazione di Interdipendenza" che hanno firmato tutte le B Corp® certificate del mondo. Ma cos’è una B Corp?

Il movimento delle B Corp e delle Società Benefit italiane

Negli ultimi anni, un movimento globale di aziende è partito dagli USA, probabilmente ignorando l’avventura di Adriano Olivetti e di tanti altri imprenditori italiani del secolo scorso - meno noti ma con i medesimi valori - e sta ridefinendo il concetto di Business finora conosciuto e praticato dai più. Sta lanciando, infatti, al mondo imprenditoriale la sfida di rendersi e sentirsi direttamente responsabile dell’impatto che il proprio business ha su persone, comunità e ambiente e di trasformarlo in una forza positiva per l'evoluzione del Mondo.

Si chiamano Benefit Corporation (in italiano Società Benefit) perché attraverso la loro attività economica, oltre a realizzare il classico profitto d’impresa, si impegnano a creare un beneficio per la comunità e l'ambiente che, nella maggior parte dei casi,vuol dire farsi carico e rispondere a un problema sociale o ambientale, contribuendo attivamente alla sua soluzione.

Seppure a uno sguardo superficiale questa potrebbe sembrare una mera rivisitazione del concetto di CSR (Corporate Social Responsability) in realtà si tratta di un approccio radicalmente diverso.

«La Responsabilità Sociale d’Impresa è l’integrazione volontaria delle preoccupazioni sociali e ambientali delle imprese nelle loro operazioni commerciali e nei loro rapporti con le parti interessate». (dal Libro Verde dell’Unione Europea sulla RSI, 2001)
Nel 2011 questa definizione di CSR viene semplificata in “la responsabilità delle imprese per il loro impatto sulla società”.
Il presupposto implicito della CSR così concepita, sembra essere la consapevolezza che le imprese, nel loro operare, abbiano un impatto, tendenzialmente negativo, su persone e ambiente di cui si devono assumere la responsabilità individuando modi per ridurre e/o compensare le esternalità prodotte. Tali modi possono essere, ad esempio, il finanziamento o la realizzazione diretta di iniziative a carattere sociale verso la collettività o il supporto a organizzazioni ambientalistiche.

Quello delle Benefit Corporation e delle Società Benefit è un modello diverso.

Non si tratta, infatti, di compensare le eventuali esternalità causate dal proprio business ma di fare del proprio business uno strumento di generazione di valore per tutti gli stakeholder, non solo per l’imprenditore e/o per i soci.
In questo modo, queste imprese rinunciano ad essere organizzazioni che 'estraggono' valore dal Mondo a proprio vantaggio (seppure compensandolo in qualche modo) per diventare, invece, aziende ‘rigenerative’, che generano, cioè, più valore per il Mondo di quello che ne estraggono.
Per questo, il nuovo modello del fare impresa sceglie come valori guida la trasparenza, la sostenibilità a 360° (economica, sociale e ambientale) e la responsabilità nei confronti di tutti gli stakeholder, compresi l’ambiente e le generazioni future.

Il movimento globale delle B Corporation ha portato abbastanza rapidamente alcuni stati degli USA a emanare una specifica legislazione in materia, lì creata principalmente per combattere l'idea pervasiva che le corporation (le società) esistano solo per massimizzare i profitti per gli azionisti.

Questa è stata finora la teoria cardine dell’impresa capitalistica americana sostenuta da Milton Friedman, premio Nobel per l’economia nel 1976, secondo il quale «business of business is business» e i manager sono agenti per conto terzi e dipendenti dei proprietari-azionisti, che devono agire nell'interesse esclusivo di questi ultimi.
Friedman rigetta, quindi, il concetto di CSR come sopra definita, affermando che «C’è una e una sola responsabilità sociale dell’impresa – usare le sue risorse e dedicarsi ad attività volte ad incrementare i propri profitti a patto che essa rimanga all’interno delle regole del gioco, il che equivale a sostenere che compete apertamente senza ricorrere all’inganno o alla frode» (M. Friedman, Capitalism and Freedom. Chicago University Press, Chicago, 1962).
Le sue teorie hanno esercitato una forte influenza sulle scelte liberiste del governo britannico di Margaret Thatcher e di quello statunitense di Ronald Reagan negli anni ottanta, diffondendo il modello di impresa capitalistica in tutto il mondo occidentale come l’unico tipo di azienda riconosciuto come profittevole e sono ancora oggetto di accesi dibattiti.

L'approvazione della legislazione sulle Benefit Corporation ha evidenziato un cambiamento radicale nella comprensione delle società a scopo di lucro e ha aperto una nuova strada per quegli imprenditori che vogliono creare valore sociale oltre a fare denaro.
Consente – e anzi richiede – infatti, di scrivere la missione sociale dell’azienda nel suo Statuto dando così agli amministratori la libertà – e la responsabilità di considerare tutte le parti interessate, non solo gli azionisti. Questo significa anche avere il diritto legale di rifiutare un'offerta d’acquisto che potrebbe compromettere la missione sociale dell’azienda e rendere molto difficile una eventuale successiva rinuncia ad essere una Benefit Corporation.

In Italia la legge che riconosce le Società Benefit è entrata in vigore dal 1 gennaio 2016 e, ad oggi, le imprese che si sono costituite o trasformate in Società Benefit (SB) sono circa 200, un numero che cresce ogni giorno velocemente.

In base a tale legge, possono costituirsi come Società Benefit tutte le «società di cui al libro V, titoli V e VI, del codice civile, nel rispetto della relativa disciplina» che «nell’esercizio di una attività economica, oltre allo scopo di dividerne gli utili, perseguono una o più finalità di beneficio comune e operano in modo responsabile, sostenibile e trasparente nei confronti di persone, comunità, territori e ambiente, beni ed attività culturali e sociali, enti e associazioni ed altri portatori di interesse».
Queste finalità «sono indicate specificatamente nell’oggetto sociale della società benefit e sono perseguite mediante una gestione volta al bilanciamento con l’interesse dei soci e con l’interesse di coloro sui quali l’attività sociale possa avere un impatto».

Inoltre, la Società Benefit redige annualmente una relazione concernente il perseguimento del beneficio comune, da allegare al bilancio societario e che include:
a) la descrizione degli obiettivi specifici, delle modalità e delle azioni attuati dagli amministratori per il perseguimento delle finalità di beneficio comune;
b) la valutazione dell’impatto generato utilizzando uno standard di valutazione esterno con specifiche caratteristiche descritte dalla legge stessa;
c) una sezione dedicata alla descrizione dei nuovi obiettivi che la società intende perseguire nell’esercizio successivo.

Dal dicembre 2018, inoltre, è stata creata l’associazione di rappresentanza delle Società Benefit italiane. Si chiama Assobenefit e la presiede l’onorevole Mauro Del Barba, il padre della legge sulle Società Benefit.

Assobenefit, secondo l'art. 3 del suo Statuto si propone di «concorrere all'affermazione di un nuovo modello economico di sviluppo sostenibile sul territorio italiano basato sui principi costitutivi delle Società Benefit» mirando al rafforzamento delle imprese che abbracciano tali principi e che già costituiscono un ‘ecosistema Benefit’ e al consolidamento del made in B-Italy come fattore competitivo riconoscibile a livello internazionale.

Quello perseguito (e ottenuto) dalle Società Benefit è, quindi, un vantaggio competitivo prevalentemente legato a una migliore reputazione sul mercato, al networking e alle alleanze con altre Società Benefit.

In una intervista al settimanale Vita del 3 dicembre 2018, Mauro Del Barba risponde così a una domanda circa l’eventuale riconoscimento di vantaggi fiscali alle società benefit: «No, non credo sia questa la strada giusta. Penso che vadano percorse altre vie. Provo a indicarne qualcuna: la creazione di filiere benefit in settori come quello delle farmacie o delle società a capitale pubblico che forniscono servizi di pubblica utilità; l’incentivazione di filiere o distretti benefit; l’introduzione di criteri favorevoli nell’ambito del procurement pubblico e infine la deducibilità dei costi sostenuti per raggiungere gli obiettivi sociali. Tutto questo però parte da una convinzione: diventare società benefit significa acquisire un vantaggio competitivo. Quindi il nostro habitat naturale, dove dobbiamo fare la differenza, è sostanzialmente e principalmente quello del mercato».

Ma perché le imprese diventano B Corp?

Il movimento delle B Corporation mette in discussione le imprese su temi che non è più possibile ignorare. L’impatto che le aziende hanno sulle persone, le comunità e l’ambiente attraverso le scelte che operano quotidianamente ha una portata così rilevante che deve essere necessariamente utilizzato per bilanciare e dare un impulso positivo rispetto al percorso vizioso che per anni è stato tracciato.
Molte aziende più evolute e già autonomamente orientate in questa direzione, hanno trovato nel movimento delle B Corporation la possibilità di riconoscersi e di entrare in comunicazione con altre imprese che, come loro, lavorano per essere ‘migliori per il mondo’, trovando confronto e supporto reciproco. Questo è un impegno preciso che tutte le B Corp certificate nel mondo assumono al momento della certificazione firmando il documento che ne esprime il comune DNA, la loro “Dichiarazione di Interdipendenza”.

Diverse ricerche, in più settori, ci mostrano, inoltre, che queste aziende che lavorano per il bene sono più ‘scelte’ delle altre. La capacità di attrarre talenti, oltre che clienti e investitori, risulta essere influenzata anche da quanto le imprese sono percepite interessate ai problemi delle persone e del Pianeta e portatrici di un impatto positivo.

I migliori risultati di business conseguiti dalle imprese che condividono la visione del ‘business for good’ uniti all’impossibilità di continuare a eludere il tema della sostenibilità a 360°, hanno portato il gotha delle grandi corporation globali, la cosiddetta Business Roundtable - per la prima volta qualche mese fa - a esprimersi in maniera molto decisa e chiara dichiarando che la massimizzazione degli interessi degli shareholder non può più considerarsi il fine ultimo dell’attività economica. Ha quindi annunciato la modifica del ‘purpose of a corporation’ con la firma in calce dei CEO di 181 aziende associate. Qui il link al comunicato del quale riteniamo importante riportare alcuni inequivocabili stralci.

«Il sogno americano è vivo, ma sfilacciato. Le imprese più importanti stanno investendo nei loro lavoratori e nelle loro comunità perché sanno che è l'unico modo per avere successo a lungo termine. Questi principi rinnovati riflettono l'impegno incrollabile della comunità imprenditoriale a continuare a spingere per un'economia al servizio di tutti gli americani […] Questa nuova dichiarazione riflette meglio il modo in cui le aziende possono e devono operare oggi. Afferma il ruolo essenziale che le aziende possono svolgere per migliorare la nostra società quando i CEO sono veramente impegnati a soddisfare le esigenze di tutti gli stakeholder […] Adottando una visione più ampia e completa dello scopo aziendale, i consigli di amministrazione possono concentrarsi sulla creazione di valore a lungo termine, servendo meglio tutti - investitori, dipendenti, comunità, fornitori e clienti».

Mettiamoci al lavoroLe B Corp americane, e poi quelle di molti altri Paesi, hanno risposto alle dichiarazioni della Business Roundtable con un appello a ‘mettersi al lavoro’ insieme per realizzare e diffondere sempre di più il nuovo modello di impresa. Anche alcune B Corp italiane hanno voluto rivolgersi così alle imprese del nostro Paese, convinte che sia il momento di spingere in questa direzione anche per riportare l’impresa italiana ad avere successo interno e internazionale.

Il modello delle B Corporation e delle Società Benefit ci mostra una strada percorribile e vantaggiosa per tutti, dove non è necessario scegliere tra beneficio comune e profitto e verso la quale tutte le aziende ‘a prova di futuro’ dovranno orientarsi.

Molte imprese italiane – soprattutto le piccole e medie di tradizione familiare, che hanno fatto grande il made in Italy e che hanno da tempo impresso una svolta sostenibile al proprio business – vivono già nel loro quotidiano gran parte dei principi fondanti di questo nuovo modello. Riconoscerlo e riconoscersi in esso può far essere insieme le nostre imprese più brave, più belle, più buone e, in virtù di questo, anche più ricche.

 

 

 

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