... rinascere e prosperare dopo (ma anche prima) del Coronavirus. Le imprese coesive, quelle che generano valore per tutti, saranno il motore della ripartenza.

In questi giorni Bottega Filosofica sta partecipando al progetto di una Fondazione nazionale mirato alla definizione di criteri per autovalutare e rendicontare le attività della propria impresa prendendone in esame, con logica sistemica, i comportamenti che potrebbero essere definiti ‘buoni’ per tutti (proprietari, lavoratori, clienti, società, ambiente).
Una delle parole, e quindi dei concetti, che è emerso come rilevante è quello di ‘coesione’.
Certamente condizionati dal momento che stiamo vivendo, la pandemia planetaria di COVID19, tra i vari aspetti considerati ci siamo concentrati anche sull'elemento 'solidarietà', in primo luogo quella espressa dall’impresa nei confronti dei propri lavoratori nei momenti di crisi ma anche quella reciproca tra i lavoratori. Ma allora, ci siamo detti, dovremmo parlare anche di solidarietà dei lavoratori nei confronti dell’impresa nei momenti di difficoltà e, perché no, allargare il campo anche a clienti, fornitori, territorio.
Solidarietà. Nel vocabolario Treccani il significato di solidarietà è espresso, tra gli altri, così «L’essere solidario o solidale con altri, il condividerne le idee, i propositi e le responsabilità […] In senso più ampio, su un piano etico e sociale, rapporto di fratellanza e di reciproco sostegno che collega i singoli componenti di una collettività nel sentimento appunto di questa loro appartenenza a una società medesima e nella coscienza dei comuni interessi e delle comuni finalità».
Il concetto c’era ma, nondimeno, qualcuno notava che nell’accezione più comune e diffusa solidarietà in genere è intesa quella di una parte più forte nei confronti di una più debole, mettendo generalmente in secondo piano la caratteristica della reciprocità.
E’ così emersa la parola ‘coesione’. Questa ha la qualità di essere il risultato di un insieme di comportamenti agiti da tutti i soggetti coinvolti piuttosto che un singolo comportamento – essere solidario -. A tutti è sembrato che ‘coesione’ potesse esprimere meglio quel ‘senso’ di circolarità, quella cultura dell’'essere insieme' che ci sembrava dovesse caratterizzare il tipo di impresa che stavamo esplorando e descrivendo.

Da quella conversazione mi sono portata a casa questa parola preziosa ‘coesione’, pensando che ne avrei voluto parlare in un articolo proprio in relazione a cosa, in quanto imprese, potrà aiutarci a superare – e dare valore – a questi mesi in cui sembra che tutto il sistema sia collassato. Mesi nei quali  sembra che il mondo si sia fermato e nei quali, come imprenditrici, imprenditori o manager, sentiamo che, anche quando finirà il lockdown e la vita sociale e economica riprenderà, saremo in un ‘day after’ con tutto da ricostruire, i più non sapendo da dove, da cosa cominciare.
Ecco, pensavo, proprio dalla ‘coesione’. Ma cos’è davvero? Di nuovo mi è venuto in aiuto il vocabolario Treccani che, inaspettatamente, mi ha consentito di illuminare il concetto in maniera più ampia e suggestiva, proprio per noi, donne e uomini di impresa.

Recita, infatti, il vocabolario: coeṡióne s. f. [der. del lat. cohaesus, part. pass. di cohaerere; v. coerente]. – 1. Proprietà dei corpi di resistere a ogni azione che tenda a staccarne una parte dall’altra, in virtù di forze attrattive [...] Unità, fusione organica tra elementi di un complesso […] stretta unità logica.

Hanno, quindi, una comune radice ‘coesione’, ‘coeso’ e coerènte, agg. [dal lat. cohaerens -entis, part. pres. di cohaerere ‘essere strettamente unito’]. – 1. Unito bene insieme. 2. fig. Che non è in contraddizione (con).  Usato assoluto: di persona fedele ai suoi principî o che agisce in modo conforme al proprio pensiero.

Quindi, mi è venuto immediatamente da pensare, la ‘coesione’ è frutto di comportamenti ‘coesivi’ e coerenti.

Allora due cose serviranno certamente alle imprese per ricominciare: la capacità di essere coesive – di avere comportamenti tendenti a unire, piuttosto che a separare, per il bene di tutti, generando quindi la preziosa ‘coesione tra tutti gli stakeholder’ – e la capacità di essere coerenti all’interno e all’esterno, ovvero di avere comportamenti coerenti tra loro – non contraddittori - e coerenti con i valori dichiarati dell’impresa e con la sua cultura.

In mancanza di coerenza sarà difficile avere coesione.

Ma quali sono le caratteristiche delle imprese coesive? Per rispondere a questa domanda sono andata a rivedere una ricerca, svolta a cadenza biennale dalla Fondazione Symbola, dal titolo “Coesione è competizione” e in particolare l’ultima edizione disponibile, quella del 2018.

La sua “Premessa” sembra scritta per l’oggi. La riporto, quindi, quasi integralmente perché gli autori riescono a esprimere in maniera perfetta quello che è anche la visione mia e di tutte le persone che fanno vivere Bottega Filosofica. Quella che, anche realizzando i nostri ‘obiettivi di beneficio comune’ – in quanto Società Benefit e B Corp – condividiamo anche con i nostri clienti.
Le parole dell’imperatore Adriano, suonano quasi profetiche nel nostro tempo di profondi egoismi degli esseri umani e ‘ribellione’ ad essi da parte del Pianeta e degli altri viventi, tempi in cui un Papa sente il bisogno di ricordare all’umanità, in una notte drammatica, che «Nessuno si salva da solo».

«“Fino a oggi, tutti i popoli sono periti per mancanza di generosità: Sparta sarebbe sopravvissuta più a lungo se avesse interessato gli iloti alla sua sopravvivenza. Viene il giorno che Atlante cessa di sostenere il peso del cielo e la sua rivolta squassa la terra. Avrei voluto allontanare il più possibile, evitarlo se si poteva, il momento in cui i barbari dall’esterno, gli schiavi dall’interno si sarebbero avventati su un mondo che si pretende essi rispettino da lontano o servano dal basso, ma i cui benefici sono
a loro interdetti. Tenevo a che la più diseredata delle creature, lo schiavo che sgombra le cloache delle città, il barbaro che si aggira minaccioso alle frontiere, avessero interesse a veder durare Roma
”. Adriano
In Memorie di Adriano, Marguerite Yourcenar

“La fabbrica non può guardare solo all’indice dei profitti, deve distribuire ricchezza, cultura, servizi, democrazia”. La lungimirante visione di Adriano Olivetti, l’idea che la fabbrica fosse per l’uomo e non l’uomo per la fabbrica, è ancora attuale, a 110 anni dalla fondazione di un’impresa che teneva insieme innovazione e responsabilità sociale, rispetto dei dipendenti, attenzione al territorio, cultura. Olivetti ai suoi dipendenti offriva concerti in fabbrica e allo stesso tempo garantiva salari più alti del 20% rispetto alla base contrattuale, una settimana lavorativa di 45 ore (prima azienda in Italia), l’assistenza sanitaria aziendale, tre settimane di ferie e nove mesi di maternità retribuita alle dipendenti quando la legge ne prevedeva solo due. Univa a questa attenzione all’uomo una spinta innovativa, la stessa che ha portato alla produzione del primo computer.

Una visione rivoluzionaria, allora come oggi, ancora presente nel nostro Paese, dove le aziende scelgono di coniugare tante dimensioni diverse e solo apparentemente distanti (culturale, sociale, ambientale, ecc.) con la capacità di innovazione. Un esempio per gli imprenditori di oggi.

Perché essere imprese coesive premia. Le imprese in grado di coniugare innovazione e responsabilità sociale sono più competitive.

Per affrontare le crisi, combattere le paure, migliorare la società e la vita di tutti è questo il modello a cui ispirarsi. Non sono sufficienti le pur necessarie misure e politiche economiche che i tempi richiedono: è necessario mettere in campo anche risorse immateriali.
È necessario produrre visioni in grado di mobilitare le energie migliori del Paese, per rimetterlo in moto in una direzione condivisa. A partire dai nostri tanti talenti e dal modo tutto italiano di produrre ricchezza. Un modo lontano dalle formule dell’economia main stream e costruito invece sulla ricchezza delle relazioni e delle connessioni, che diventano competitività: l’innovazione che sposa le nostre tradizioni, la creatività, la sostenibilità e la bellezza che danno nuovo valore ai prodotti, le nuove tecnologie e l’economia circolare che rinnovano il modo di produrre; la coesione sociale, i legami coi territori, la valorizzazione del capitale umano e la responsabilità sociale che si fanno fattore produttivo.

È da questa Italia che fa l’Italia che si deve ripartire per dare a tutto il Paese quello slancio, non solo economico, di cui siamo orfani.

Gli ingredienti ci sono: il welfare aziendale, la cura dei lavoratori e delle loro famiglie, i legami indissolubili delle imprese con i territori e le loro comunità, il dialogo con i cittadini, i Comuni e le associazioni.
E poi quella fitta rete di relazioni strutturali del miglior made in Italy — tra produttori, fornitori, consumatori — che sono i distretti. Relazioni alimentate e arricchite oggi anche grazie al web e ai social network.
I consumatori che anche grazie a questi strumenti, con quello che Leonardo Becchetti ha battezzato “il voto col portafoglio”, orientano le scelte delle imprese verso la sostenibilità ambientale e sociale.
Le dinamiche partecipative, la cultura della cittadinanza, le consuetudini antiche che alimentano la sharing economy, l’azione dei volontari, l’iniziativa dei gruppi territoriali, stimolate anche da misure come il baratto amministrativo.
Tutto nella cornice, innovativa ma non inedita nel nostro Paese, della contaminazione tra valore economico e valore sociale. Il mercato premia questo atteggiamento: sia sul versante degli investimenti, sempre più di frequente diretti verso aziende che dimostrano attenzione alla dimensione sociale e ambientale; sia su quello dei consumi, laddove appunto i consumatori, 'votando con il portafoglio', scelgono prodotti rispettosi dell’uomo e dell’ambiente e con il crowdfunding riconoscono valore alle aziende sostenibili.

Non dobbiamo lasciare che lo sguardo si fermi ai nostri problemi: non solo il debito pubblico, ma le diseguaglianze sociali, l’economia in nero, quella criminale, il ritardo del Sud, una burocrazia inefficace e spesso soffocante. Dobbiamo avere la capacità e il coraggio di guardare il Paese negli occhi e riconoscere questi talenti. E da questi ripartire.

"Coesione è competizione" vuole essere, per il terzo anno, un viaggio di scoperta tra questi talenti, per coglierne i punti di forza, gli algoritmi, e farne patrimonio comune.
A cominciare dai risultati concretamente misurabili. Le imprese coesive — che intrattengono relazioni con le altre imprese, le comunità, le istituzioni, i consumatori, il terzo settore — registrano bilanci più in salute: dichiarano infatti fatturati in aumento nel 53% dei casi, contro il 36% delle non coesive.
Assumono di più: il 50% delle coesive ha aumentato l’occupazione nel biennio 2017–2018, tra le altre solo il 28% lo ha fatto. Esportano di più: hanno fatturato estero in aumento nel 45% dei casi, a fronte del 38% delle non coesive.
Sono le stesse imprese che, grazie anche a una spiccata attenzione a valori come l’ambiente, investono di più in prodotti e tecnologie green (il 38% delle imprese coesive contro il 21% delle non coesive nel triennio 2015–2017), creano occupazione e benessere economico e sociale, investono in qualità. […]
Prendendo a riferimento il Benessere Equo e Sostenibile Istat (BES) emerge un collegamento forte della presenza di imprese coesive con molte delle dimensioni prese in considerazione, e in particolare con il tema del paesaggio e del patrimonio culturale, con quello delle relazioni sociali, della qualità dei servizi, della raccolta differenziata, del lavoro e della conciliazione dei tempi di vita, della politica e delle istituzioni e, a riprova del collegamento con i temi più prettamente collegati allo sviluppo produttivo, anche al benessere economico.
Tutte queste dimensioni sono state abbracciate da molte nostre imprese prima che nascesse la Corporate Social Responsibility. Oggi questo strumento, vigilato dalla Consob e reso obbligatorio da una Direttiva dell’Unione Europea per le aziende con più di 500 addetti, può costituire un rinnovato stimolo per dare maggior forza a quest’idea di economia.

La coesione si declina in modi molto diversi tra loro. Dal benessere in azienda all’attenzione verso gli immigrati, sono molteplici le sfumature che può assumere e i benefici che è in grado di apportare. Come dimostrano le best practice raccontate nel volume. […]
L’unione crea lavoro e valorizza i talenti del territorio e ci sono organizzazioni che allargano le relazioni ad includere realtà più ampie, i clienti e i fornitori, in una parola agli stakeholder. […] La condivisione degli obiettivi è fondamentale per la creazione di prodotti di qualità. […] Per queste imprese essere radicate in un luogo è un principio vitale, perché in quel territorio riconoscono una parte importante nella costruzione del proprio valore. […]
Il coinvolgimento dei territori chiama in causa anche le amministrazioni pubbliche che, di concerto con i privati, possono realizzare progetti virtuosi di pubblica utilità per fornire nuove possibilità al welfare aziendale facendo crescere le aziende di servizi del territorio, con vantaggi per tutti.[…]
Essere coesivi vuol dire anche saper coinvolgere tutte le compagini sociali riuscendo a coniugare crescita economica e sviluppo del territorio attraverso un atteggiamento aperto e dialogante […]. Per creare una cultura coesiva è indispensabile che le nuove generazioni, ma anche il mondo economico e finanziario, imparino a pensare in un’ottica di imprenditorialità attenta alla responsabilità sociale […].
Con i suoi numeri e le sue storie, "Coesione è competizione" ambisce a mostrare come sia un errore relegare la società a mero contesto del mondo produttivo e della competitività. Perché la coesione, come abbiamo visto, è competizione: aumentando la dimensione coesiva, questo ci dicono i dati, migliora anche la performance economica.
Atteggiamenti non coesivi rischiano di ripercuotersi negativamente sull’economia, al contrario la creazione di un clima coesivo genera un contesto favorevole per tutti gli attori economici.

La società, la sua ricchezza e anche i suoi problemi vanno inclusi nel discorso economico, per rendere questo discorso meno freddo, distante, indifferente: meno lontano dalle cose degli uomini e per questo più efficace, come ci insegna anche l’economia comportamentale. Il made in Italy migliore lo fa.
Non dobbiamo ascoltare le sirene che ci allontanano da questo modello produttivo e sociale che richiama quell’economia più a misura d’uomo cui Papa Francesco allude nella 'Laudato si’'. A partire da questo patrimonio, dalle nostre radici più profonde, l’Italia può rafforzare la sua identità produttiva e il suo ruolo nel mondo».

E anche rinascere e svilupparsi dopo il Coronavirus.

 

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